A 100 anni dalla I Guerra Mondiale, la paura e il dolore

È d’attualità all’approssimarsi dei primi giorni novembrini, evocare fatti, date, testimonianze del primo conflitto mondiale. L’inutile, assurda carneficina che si concluse un secolo fa è un presente vivo fra le montagne dolomitiche che frequento dalla mia primissima infanzia. Lascio quindi a storici e letterati di pregio il dar conto degli avvenimenti. 

Io quest’estate sono andata alla ricerca della paura, IL SENTIMENTO sviscerato in centinaia di lettere e diari dall’uno e dall’altro fronte, come è facile intuire se si sale al Monte Piana, qui chiamato Monte Pianto, geograficamente separato da un semplice vallo, al Monte Piano, all’epoca in mano austriaca.

Guerra di trincea, ci hanno insegnato a scuola e qui di trincee ne puoi visitare ancora tante, a difesa di posizioni continuamente conquistate e perse in un territorio aspro e brullo, reso ostile dal freddo, dal vento, dalla neve, dalle asperità geografiche, dall’equipaggiamento scarso e inadeguato, dalle armi (lanciamine, granate, mortai, gas ) – quelle sì – sempre più moderne e distruttive, anticipazione delle sofisticatezze belliche del futuro prossimo.

Mai conflitto è stato tanto umiliante, vissuto come assurdo da uomini chiamati a scavare infinite gallerie che ancor oggi ti inghiottono come un animale e ti sprofondano nell’oscurità di pensieri terribili. Mi è facile evocare visioni di uomini con muli e asini carichi, trascinati fin quassù in sentieri stretti e scivolosi, al rischio costante di finire di sotto, risucchiati da burroni tanto profondi da non vederne la fine.

18000 saranno i morti soltanto qui, la maggior parte vinti non tanto dalle armi, quanto dagli stenti, il gelo, le malattie, i crolli e le frane o perché precipitati negli anfratti più aguzzi della montagna.

Mi concentro in silenzio di fronte al legno sopravvissuto delle baracche abbandonate, al filo spinato degli avamposti dove si consumava la guerra dei nervi e dell’attesa, dinanzi ai cimeli ritrovati dappertutto nelle trincee: gamelle, lattine, granate, mortai, la triste supremazia delle cose sulla vita umana. Assorbita in una sorta di meditazione, scivolo sulle pietre e il fango, pregni di tutta la sciagura del mondo, della nostalgia indicibile provata da quella moltitudine di uomini, frastornati dalla fatica e dalla paura, coraggiosi senza retorica, provenienti dagli angoli più remoti della penisola, spesso incapaci di capirsi nella stessa lingua italiana, accumunati dall’attesa di una morte probabile.

Il senso distorto della Prima Guerra Mondiale è tutto nel lamento che ancora qui si ascolta. Il dolore, come l’amore, non scompare. La traccia resta nel tempo-non tempo che qui non avanza, non supera, non dimentica – malgrado i turisti, le targhe commemorative, la campana della pace e il sole che fa capolino fra le nubi – ma tutto assorbe e restituisce, vive e rivive contemporaneamente.

E in questa chiesa a cielo aperto di vite sprecate riecheggia dentro di me quella terribile citazione di A.S.Puskin, tratta dall’Eugenij Onegin (IV, XVI) I sogni e gli anni non hanno ritorno; non rinnoverò la mia anima”

 

Letture consigliate: 

A.S.Puskin, Eugenij Onegin, disponibile qui

Gianni Gallian e G. SegatoFotografia e rimembranza. L’Italia nella Grande Guerra. 4 novembre 2018 Anniversario del Centenariodisponibile qui

Cinzia Rando e L. Terranera, La Grande Guerra… raccontata ai bambini 100 anni dopo, disponibile qui

Per i nostalgici, ricordo anche l’epico film di Monicelli, La Grande Guerra con Gassman e Sordi, disponibile qui.

LO SCULTORE G.M.POTENZA E L’ARTE D’ESSERE FELICE

E’ difficile tratteggiare in poche righe il ritratto di un artista vero, i blog sono uno strumento di divulgazione efficace ma, si sa, concedono poco spazio. Tuttavia credo che il Maestro Gianmaria Potenza non se ne offuscherà troppo, è raro trovare un artista tanto in linea con il nostro tempo, tanto in armonia con un se stesso costruito in decenni d’attività, attraversando gran parte del ‘900 e un ventennio del nuovo millennio con la propria arte.

Il suo volto è un riassunto perfetto della sua personalità: un incrocio fra il Michelangelo ritratto sulle vecchie banconote da 50.000 Lire e la maschera bonaria di un Geppetto che, in pace con se stesso e il mondo, crede in un bambino di nome Pinocchio. Sarà perché questo enfant prodige (nipote di razza di ben due zii, uno pittore, l’altro scultore) è stato sempre un artista imprenditore (ha fondato La Murrina punta di diamante nell’arte del vetro), uno che con la dissolutezza dell’artiste maudit non ha mai avuto a che fare. Sveglia presto, duro lavoro quotidiano con i materiali più diversi, una compagna di vita, conosciuta giovanissimo, purtroppo recentemente scomparsa, Madama Rossana, la sua intelligenza tutta racchiusa nella frase che amava ripetere: ”Dietro un grande uomo, c’è una (grande) donna stanca”.

Gli incontri decisivi della sua biografia – con l’architetto Marini a Venezia, con Joe Ponti a Milano – sono arrivati come un dolce naturale divenire della vita, perché “Ho sempre creduto nel futuro – dice – tutti i giorni mi sveglio allegro”. Liberando la figura dell’ARTISTA dalla retorica dei falsi miti e cliché, Potenza ha costruito pezzo per pezzo la sua arte, che ora vorrebbe racchiudere in un piccolo Museo per la posterità, accanto alla casa di fiaba dove è nato e vissuto nel cuore di Dorsoduro a Venezia. “Mi considero un artista del ‘500. Sono stato protetto dai miei committenti, architetti, Banche, Cantieri Navali…” afferma col piglio dell’uomo d’affari che è stato sempre, da quando prese in mano anche le redini dell’impresa di famiglia.

Sul mondo dei galleristi surfiamo insieme, con un sospiro mesto. Ma non c’è la minima rassegnazione nella sua analisi: guai a usare le derive negative della nostra società per giustificare l’abbandono dei propri sogni e progetti! Ci sono tante opportunità per i giovani, ma devono essere decisi, generosi, capaci d’attaccarsi al dente della ruota della fortuna, perché passa – è sicuro – e porta il nome di ognuno di noi.

Le sue parole, senti che sono autentiche:

“Io cerco l’emozione, lavoro con il cuore”

il segreto di Pulcinella di qualsiasi successo in fondo. Guardo il paravento che dipinse quando aveva dodici anni, evoco Matisse, Miro’ “Ma io non sapevo neanche chi fossero a quell’età” precisa; stesso scambio di fronte a certe sue sculture lucide e dorate “Pomodoro!” l’inutile esercizio di trovare paralleli nel mondo dell’arte  “Lo stimo – aggiunge – ma c’è differenza fra me e lui”.

Natura, Architettura, fonti costanti d’ispirazione, Venezia come Bisanzio, evocata dai suoi mosaici, ma i simboli  ripetuti ossessivamente come geroglifici sono il retaggio di reminiscienze ancor più primitive, vaste, oscure o marziane. La sua opera da decenni viaggia nel mondo, è internazionale, indecifrabile, contemporanea, antichissima. I suoi gufi porta-fortuna ci fissano dalle mensole del suo atelier.

La lunga, vaporosa barba bianca  ne accompagna il sorriso, gli occhi s’accendono quando confida:

“Ho partecipato a un concorso. Sono arrivato tra i sei finalisti! Aspetto risposte…”

Sorrido anch’io pensando a tutte le volte che ha esposto le sue opere alla Biennale di Venezia, ai riconoscimenti inanellati, alle consacrazioni di Istanbul, Hong Kong, New York e in Russia, in Lituania e negli Emirati Arabi…

Ma è il futuro ad interessarlo, un’altra sfida lo attende e una prossima Mostra a febbraio… E in quell’entusiasmo di fanciullo che ha già varcato la soglia della grande età, scopro la via della vera Saggezza e l’eterno segreto della Felicità.

(http://Gianmaria Potenza “Alfabeti sconosciuti e linguaggi simbolici” Editoriale Giorgio Mondadori)