DELL’ARTE DI PARLARE ALLE PIANTE

Ogni volta che presento il mio libro Cosa fanno le mie piante quando non ci sono e mi ritrovo a dire che, come la protagonista del romanzo, gli parlo regolarmente chiamandole per nome, nell’auditorio noto che serpeggia una perplessa ilarità. Approfitto allora di questo blog per entrare un po’ nel vivo dell’argomento.
Premesso che parlare da soli è assolutamente benefico, perché ci obbliga a rallentare e ad ascoltarci – lo stesso Einstein ammise di ripetersi spesso le cose lentamente e a bassa voce – tengo a precisare che dialogare con le piante è cosa diversa e più profonda, perchè si tratta di un vero scambio fra esseri viventi che entrano in una sorta di armonica alleanza di energie. Chi ha l’abitudine di passeggiare da solo nel bosco, sa bene che in realtà penetra in un mondo che palpita e vive e comunica con il suo corpo energetico.

Negli anni ’70, l’agricoltore messicano Don José Carmen Garcia Martinez, trovatosi nell’urgenza di escogitare soluzioni per salvare il suolo sterile del suo terreno, si mise a parlare tutti i giorni con la Madre Terra, ottenendo, dopo pochi mesi, con un utilizzo irrisorio di fertilizzanti e senza pesticidi, degli ortaggi di dimensioni straordinarie, capaci di resistere alle malattie. La sua fama crebbe rapidamente in tutto il Messico, tanto che l’Università di Agronomia di Chapingo cominciò a studiare il fenomeno.

Don José sosteneva che il suo metodo in realtà era assolutamente semplice: comprendere le piante, trattarle con dolcezza, creare affinità, fare conversazione. “La vita delle piante è tale e quale a quella di ogni essere vivente” scrive nel suo libro El hombre que habla con las plantas.

Non solo, Don José usava nuovi alberi per attirare la pioggia, selezionandoli accuratamente e piantandoli secondo un tracciato poligonale.

L’Università di Chapingo eseguì allora tutta una serie di esperimenti nel deserto del Vizcaino dove non pioveva da 6 anni e nello Stato di Oaxaca (la patria della mia curandera Gudelia vedi art. di questo blog) seguendo alla lettera le indicazioni di Don José. Dopo aver piantato i nuovi alberi, nello stupore generale, sui due siti in questione iniziò a piovere a dirotto su una superficie di terreno pari a 30 km attorno alle zone rimboschite.

Per spiegare il fenomento si evocarono ipotesi legate alla fisica quantistica, riti già praticati dai Maya legati all’attivazione di circuiti elettromagnetici e quant’altro… mentre il buon Don José, divenuto un attivista ecologico, continua a predicare di piantare alberi nel mondo. Certo, non tutti possono ottenere cavolfiori di 45 kili come lui, ma perché non provare a salutare le vostre piante domattina con un bel BUONGIORNO?!

AL ROTARY CLUB PER PARLARE D’AMBIENTE E INTELLIGENZA DELLE PIANTE

Si parla molto d’impegno ecologico in questo periodo, lo constato continuamente quando presento il mio libro “Cosa fanno le mie piante quando non ci sono”.
Il 18 Marzo scorso ho avuto l’opportunità di farlo al Rotary Club di Pordenone, (che ringrazio per l’accoglienza squisita) un appuntamento cui tenevo molto per l’affetto che mi lega alla mia città d’origine e per i ricordi cari legati all’infanzia, ai mei genitori, alle scuole, agli amici. In questa occasione ho potuto notare come i cinquantenni e oltre si riavvicinino alla Natura, riappropriandosi al contempo del proprio corpo, praticando sport che li portano a fruire dell’Ambiente in territorio friulano-veneto e all’estero, come forse mai prima nella loro vita. Questo li conduce alla consapevolezza nuova e autentica dell’urgenza di preservare un Pianeta che mostra visibili segni di cambiamento e sofferenza.

 

Anche i giovani, sulla scia della piccola Greta tanto alla ribalta sui media, incominciano – pare – ad appassionarsi alla causa e a scendere in piazza. Ma in che modo?

 

Non posso evitare d’esprimere un certo scetticismo dinanzi all’ignoranza che spesso constato in tema d’ecologia. Alcuni ragazzi intervistati durante una delle ultime manifestazioni a Roma, citavano addirittura lo SPREAD come concausa dei cambiamenti climatici; sul buco dell’ozono avevano idee vaghe, ripetevano slogan brevi e superficiali, criticando – a giusto titolo, certo – le scelte dei governi.

Resto dell’idea che il cambiamento in tutti i campi sia possibile solo cominciando da se stessi e dalla conoscenza. Non si può parlare d’ambiente senza capire la complessità del tema, l’intricato legame fra le decisioni e le azioni, insomma non si può essere utilmente impegnati in questo campo senza approfondire i meccanismi che reggono l’intero ciclo naturale della Terra.

Capire che il pianeta si comporta come un immenso circuito elettrico, che il mondo vegetale fin dalle origini ha saputo creare un modello di società collettiva in cui ogni essere vivente ha una sua precisa collocazione e funzione significa incominciare a percepire la vastità del problema. Ottimizzare le risorse, evitare gli sprechi, stabilire alleanze e solidarietà proprio come fanno le piante che non si sacrificano beninteso – non s’immolano – ma calcolano l’aiuto che possono offrire alle loro simili e pretendono il rispetto d’accordi di reciproca collaborazione fra loro e con gli animali, può essere il vero modello di vita da cui partire per trasformare, senza sconvolgerla, l’esistenza dell’uomo sulla terra.

Non si tratta di tornare al medioevo – ricordate la folle proposta di Grillo, tempo fa, di rinunciare all’uso degli assorbenti igienici, lavandoci di volta in volta una protezione in cotone? Lo facesse LUI – né di tornare ad attingere l’acqua nei pozzi, ma di usare la tecnologia per trovare soluzioni ecocompatibili, di dirigere l’economia – che DEVE generare profitti – sfruttando le nuove esigenze ecologiche.

Oltre a manifestare per le strade dunque, abituamoci a osservare piante, alberi e coltivazioni, a riflettere sui nostri comportamenti quotidiani, ad approfondire l’effetto domino di qualunque decisione assunta, anche della più virtuosa. Perchè una cosa é certa: non é più tempo di atteggiamenti eco-modaioli, é tempo di salvarci o meglio di salvare il salvabile per le prossime generazioni.

LASCIATE IN PACE FRIDA!

Ho sempre amato Frida Kahlo, da tempi non sospetti intendo, perchè oggi tutti sembrano entusiasti di lei. Inutile dire che quando era viva, gli stessi “tutti”, come artista, le preferivano il marito Diego Rivera persona grata, tra l’altro, a certa intellighenzia comunista filosovietica.

Ma oggi Frida fa l’unanimità, o meglio il suo ritratto con le sopracciglione unite (perchè sono certa che pochi saprebbero citarmi una sua opera) è diventato un brand, un talismano per assicurare vendite, profitti e una generale simpatia. Dalla lacca per capelli, alla copertina di un libro recentemente pubblicato dal titolo furbetto “Cosa farebbe Frida?” la povera artista giganteggia su poster, mug, t-shirt, pins, borsette e tutta una paccottiglia di gadget, finendo coll’essere ciò che la più autentica Friducha (come la chiamava il padre tedesco) non avrebbe mai voluto incarnare: una povera, sdolcinata icona, venerata come la Vergine Maria.

Proprio lei, la ragazzina caparbia e provocatrice nata nel 1907, che si presentò vestita da uomo per la foto ufficiale di famiglia; lei, l’enferma, bambina malata (si disse) di poliomelite e, dopo l’incidente del bus che le frantumò la colonna vertebrale, “la disabile” costretta all’immobilità di busti e ingessature e a più di trenta operazioni chirurgiche; lei che di sé diceva “Yo soy la desintegracion” e beveva per sopportare i dolori ovunque, è diventata una specie di variopinto grottesco “inno alla gioia”, emblema di una felicità semplice, gridata, ruspante.

E invece di facile, nella sua breve vita di 46 anni, non c’è stato niente: nè il matrimonio (poi rinnovato) con Diego, la sua anima gemella, ma uomo egoista e fedifrago che non esitò a tradirla neppure con sua sorella; nè l’affermazione della sua arte dissacrante, anticlericale, magica e mostruosa, irreverente e oscena che di rado fu apprezzata dalla Critica che non le perdonò mai d’aver rifiutato l’etichetta di surrealista; nè il destino che le negò a più riprese la grazia della maternità, permisero a questa donna di godere a pieno della vita.

 

Il suo unico privilegio fu IL CORAGGIO, quello sì, l’ostinata volontà di proseguire il cammino malgrado tutto, di amare, viaggiare, esporre il proprio corpo per ricavarne piacere, per mostrarlo con tutte le sue cicatrici, giocando col tempo che sapeva breve. “Consigo ser yo; consigo hacer lo que me da la gana” (Ottengo di essere io, ottengo di fare ciò che mi dà voglia) risponde a chi le chiede conto dei suoi comportamenti.
Mi piace suggerire i libri che amo, raggiungibili, seppur solo in spagnolo, anche nel lontano Messico grazie al tanto vituperato Amazon. “Diego Rivera y Frida Kahlo: el amor entre el elefante y la paloma” di Gabriel Sanchez Sorondo è un racconto giusto, misurato, nel riferire e tracciare i percorsi, delizioso nel restituire “la desproporcionada energia” di questa fragile, grande donna che, malgrado le ferite e le menomazioni, osava dire “Me quiero tal como soy” (Mi amo così come sono)

Ma si sa, gli ottimi libri raramente diventano best-sellers e allora, vai con “le insalate alla Frida” e la giostra, al suono dei Mariachi, continui a vorticare, che tanto ormai, LEI, la vera Friducha se n’è volata via e, come scrisse all’ultima pagina del suo diario (“espero non volver jamas”) non ci tiene proprio a ritornare fra noi!

Un documentario veramente fatto bene ? clicca play

L’ARTISTA-ARTIGIANO FERNANDO MASONE: DALLA “POLPA” DELLA CARTA ALL’OPERA D’ARTE

Così si definisce Fernando Masone, citando San Francesco Chi lavora con le mani è un operaio, chi lo fa con le mani e la mente è un artigiano, chi con mani-mente e cuore è un’artista”.

E queste tappe, lui le rispetta ancora, perchè le sue opere d’arte, apprezzate in Europa, Canada, Stati Uniti, Cile e naturalmente in tutta Italia, cominciano dalla preparazione stessa della materia: la cellulosa di puro cotone, che opportunamente preparata a telaio e pressata, diventa carta. Per arrivare a creare matrici in resina, terracotta, metallo o altri materiali sui quali creare altorilievi, realizzare mosaici, cammei o grandi tele, il percorso dell’operaio-artigiano è stato lungo e arduo.

Dalla Petrelcina di nascita, a Roma, dove trascorre 20 anni lavorando ceramica, rame, smalti, silicone e gesso per calchi, facendo esperienze in diversi studi e laboratori, la sua esistenza si snoda come un viaggio d’infaticabile, elementare ricerca di sé: “Via di casa a 16 anni, lottavo per vivere, non per un’affermazione personale, non ne avevo neanche il tempo!” dice con l’aristocratica dignità dei self made men di una volta.

Ma la profondità di una filosofia di vita dotta s’avverte in tutto ciò che dice sul destino, o meglio “sui destini” “Alcuni ce li facciamo, altri sono proprio scritti”. Inanelliamo ricordi sul filo di questa chiave di lettura: l’incontro con il proprietario dello studio di ceramica Esedra a Roma, veneziano e-guarda-caso direttore della Scuola Internazionale di Grafica di Venezia dove finirà per studiare e vivere; il periodo nero a 34/35 anni quando si separa dalla moglie e il socio col quale aveva aperto un’attività muore all’improvviso sotto un cornicione piovuto dal cielo. “Tutto ciò che facevo andava male – sospira quasi divertito – ma la vita bisogna viverla tutta, affrontarla”. Gli chiedo della Galleria d’arte che ha tenuto a Venezia per 15 anni “Andava bene, guadagnavo, ma ad un certo punto mi ero reso conto che vivevo soltanto per lavorare”.

Mi piace questa libertà che spunta ad ogni angolo della sua biografia a dimostrare che è possibile anche in assenza di reti e solide certezze economiche. Tre figli da tre donne diverse di cui si occupa amorevolmente.“Sì, mi sono ritrovato spesso con sole 10000 Lire in tasca e neanche quelle – ammette – ma ho sempre lavorato in pace con me stesso, fedele ai miei pensieri” 

Guardo gli ultimi lavori, quadri astratti, zen, mosaici in carta, un’ossessione il tema dei libri. Quest’uomo così capace di surfare sulle difficoltà della vita nasconde una sofferenza profonda per non aver potuto studiare da giovane. E oggi, se il senso d’inferiorità verso i compagni più fortunati è stato ampiamente superato dai riconoscimenti e le collaborazioni con artisti di fama come Antonio Nocera, Gianmaria Potenza, (vedi art. in questo Blog) Vittorio Basaglia, Giorgio Celiberti, Paolo Guiotto, nondimeno l’autodidatta, se potesse, cambierebbe questo solo capitolo della sua biografia.

“È un bel bilancio!” dico, anche se non sembra un tipo da bilanci ma piuttosto da carpe diem. In realtà il suo percorso evoca in me riflessioni molteplici sulla meditazione, perchè mi sono sempre chiesta se la creatività ne fosse il frutto o il nutrimento. “Quando immagino un’opera l’inconscio parla, poi lavoro e divento un esecutore” chiarisce. Per mettere a riposo i pensieri, da romano andava a passeggio a Piazza Navona, oggi inforca una bici e va a correre al Lido di Venezia. Ma sospetto che basti restare qui, nel quattrocentesco Chiostro di S.S. Cosma e Damiano sull’isola della Giudecca, dove vive e lavora, per provare il profondo appagamento di un artista che avanza, rallentando.

“Dal 15 al 31 luglio ho una Mostra vicino Lione, au Moulin Richard de Bas a Ambert, il Museo storico della carta – dice – e ho un progetto per il prossimo anno… ma non ne parlo per scaramanzia… e poi la vita è adesso”.

“BROKEN NATURE” LA TRIENNALE DI MILANO S’INTERROGA…MA POI?

Broken Nature: Design takes on Human Survival così s’intitola la XXII Triennale di Milano (1-3/1-9 2019) e l’intento è evidente: indagare, nei modi più svariati, surfando fra passato e futuro avveniristico, sui legami dell’uomo con l’ambiente naturale, ambiente gravemente compromesso dalle decisioni scellerate della nostra civiltà. Architettura e design devono/dovrebbero (non riesco a decidere quale verbo usare e non sono la sola) reinterpretare il rapporto fra esigenze di vita di tutti noi e contesto in cui viviamo. Insomma l’eterno, insolubile dilemma fra ecosistema sociale e naturale è il punto di partenza per questa mia breve riflessione.

Sì, perchè siamo tutti dalla parte dell’ecologia, fino a quando in cima ad un vulcano non dobbiamo lavarci con un litro d’acqua gelata a testa; siamo tutti per la raccolta differenziata fino a quando “non ci scappa” in piena foresta pluviale; siamo tutti “due-cuori-e-una-capanna-basta-la-passione” fino a quando non passiamo l’inverno in tête à tête in una bicocca senza riscaldamento. Conosco coppie che dopo una simile esperienza si sono lasciate così duramente da non salutarsi più per le strade di Parigi.

Ci siamo abituati alle comodità e le nostre comodità costano caro all’ecosistema. Tornare indietro è molto difficile, pressochè impossibile. E poi, non so voi, ma a me, le soluzioni abitative che preservano l’ambiente appaiono sempre come strani incubi notturni, fantasie appunto. Le guardo, talvolta le ammiro, ma poi – mi dico – devo tornare a casa mia. E casa mia, a Venezia, ha circa 1570 anni. Il design flirta con lo spettacolo. Le sperimentazioni più svariate sono forme d’arte, poi c’è la vita reale e il problema della vivibilità su larga scala resta.

Certo possiamo evitare gli sprechi, bandire il più possibile la plastica dalla nostra vita (ricordandoci che non riguarda soltanto il supermercato dove facciamo la spesa), usare materiali naturali, fare la doccia anzichè il bagno, ma è difficile immaginare di vivere su un albero, nè facciamo tutti i guardaboschi come il signor Peter Wohllenben (autore di best sellers sulla vita degli alberi).

Può sembrare pericoloso ciò che affermo, ma non lo è. Secondo me, confrontarsi davvero con la realtà è il primo passo verso diverse possibili soluzioni al problema. Delirare sul futuro non serve, vivere come gli Hamish è ridicolo, diversificare le strategie invece, sarebbe, tanto per cominciare, molto più saggio.

Non è un caso che all’interno della Triennale ci sia la Mostra “La Nazione delle Piante” curata da Stefano Mancuso. Perchè è proprio da loro, dalle Piante, che può venire l’insegnamento vincente per un approccio utile alla creazione di soluzioni non-o-poco predatorie nei confronti dell’ecosistema. Non c’è problema in Natura che le specie non affrontino con strategie ad personam, o per meglio dire, ad plantam. Insomma per una volta, essere noi uomini ad adattarci alle diverse circostanze… un po’ come facevano i Maya che non rendevano santi, luoghi di loro scelta, ma eleggevano i siti sacri sulla base delle qualità energetiche specifiche del posto.